SUBCULTURE BLOG

SUBCULTURE BLOG


La “T-Shirt” è un capo di abbigliamento essenziale, protagonista in particolare della stagione primaverile/estiva. Dietro una costruzione apparentemente semplice, si nasconde la scelta di “7 elementi” decisivi per la riuscita di un prodotto di qualità che abbini estetica e resistenza: 


· cotone


· titolazione filato


· lavorazione filato 


· struttura 


· grammatura 


· colletto 


· paese produzione 



Ecco “8 esempi” di t-shirt che consigliamo, con i sopra-citati elementi di ognuna elencati e spiegati:



ARMOR-LUX CALLAC 



· 100% cotone organico 


· 30/1 


· due filati con torsioni diverse 


· cuciture laterali   


· 215 gsm 


· colletto grande a costine con doppia cucitura 


· made in France 


cotone organico: tipologia di cotone coltivato nel rispetto dell’agricoltura biologica, senza l’uso di pesticidi o fertilizzanti 


30/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso) 


due filati con torsioni diverse: lavorazione che consiste nell’unione di due filati caratterizzati da direzioni di torsioni differenti (S e Z) per garantire al tessuto più struttura 


cuciture laterali: lavorazione che conferisce il taglio voluto a una t-shirt, unendo, tramite cuciture, il pannello di tessuto anteriore a quello posteriore 


215 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo


colletto grande a costine con doppia cucitura: colletto spesso lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo 


made in France: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo 





JJJJOUND 2000s 



· 100% cotone standard 


· 20/1 


· filato ad anelli pettinato 


· cuciture laterali 


· 200 gsm 


· colletto grande a costine 


· made in Canada


cotone standard: tipologia di cotone ottenuto con la coltivazione tradizionale 


20/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso) 


filato ad anelli pettinato: lavorazione realizzata tramite la “pettinatura” (selezione delle fibre più lunghe) insieme alla “filatura ad anello” (torsione delle fibre per garantire più resistenza)   


cuciture laterali: lavorazione che conferisce il taglio voluto a una t-shirt, unendo, tramite cuciture, il pannello di tessuto anteriore a quello posteriore 


200 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo 


colletto grande a costine: colletto spesso lavorato a costine per garantire l’effetto elastico   


made in Canada: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo 





MERZ B. SCHWANEN 215


 


· 100% cotone organico 


· 50/2 


· doppio ritorto 


· tubolare 


· 245 gsm 


· colletto sottile a costine con doppia cucitura 


· made in Germany 


cotone organico: tipologia di cotone coltivato nel rispetto dell’agricoltura biologica, senza l’uso di pesticidi o fertilizzanti 


50/2: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso) 


doppio ritorto: lavorazione realizzata tramite due filati attorcigliati tra loro che conferisce al tessuto più morbidezza, evitando col tempo il “pilling” delle fibre 


tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto 


245 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo 


colletto sottile a costine con doppia cucitura: colletto fine lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento 


made in Germany: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo 





SAMURAI JEANS 2PST-01 




· 100% cotone riciclato 


· 19/1 


· fiammato


· tubolare 


· 153 gsm 


· colletto a costine con doppia cucitura 


· made in Japan


cotone riciclato: tipologia ecologica di cotone ottenuta dal recupero di vecchie fibre scartate nei precedenti processi di produzione 


19/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso) 


fiammato: filato di spessore irregolare dall’aspetto ruvido, dove sezioni di tessuto più sottili si alternano a tratti più spessi 


tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto 


153 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo 


colletto a costine con doppia cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo 


made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo 





SUNRAY HALEIWA 



· 100% cotone riciclato 


· 19/1 


· fiammato


· tubolare 


· 260 gsm 


· colletto a costine con doppia cucitura 


· made in Japan 


cotone riciclato: tipologia ecologica di cotone ottenuta dal recupero di vecchie fibre scartate nei precedenti processi di produzione 


19/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso) 


fiammato: filato di spessore irregolare dall’aspetto ruvido, dove sezioni di tessuto più sottili si alternano a tratti più spessi  tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una t-shirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto 


260 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo 


colletto a costine con doppia cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo 


made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo 





SUNSPEL CLASSIC 



· 100% cotone supima 


· doppio ritorto


· cuciture laterali 


· 150 gsm 


· colletto sottile a costine con doppia cucitura 


· made in England


cotone supima: tipologia di cotone di estrema qualità coltivato soltanto negli USA, caratterizzato da fibre di extra-lunghezza 


doppio ritorto: lavorazione realizzata tramite due filati attorcigliati tra loro che conferisce al tessuto più morbidezza, evitando col tempo il “pilling” delle fibre


cuciture laterali: lavorazione che conferisce il taglio voluto a una t-shirt, unendo, tramite cuciture, il pannello di tessuto anteriore a quello posteriore 


160 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo 


colletto sottile a costine con doppia cucitura: colletto fine lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo 


made in England: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo 





THE STRIKE GOLD SGT001 



· 100% cotone standard 


· 14/1 


· fiammato


· tubolare 


· 277 gsm 


· colletto a costine con tripla cucitura 


· made in Japan


cotone standard: tipologia di cotone ottenuto con la coltivazione tradizionale


14/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso) 


fiammato: filato di spessore irregolare dall’aspetto ruvido, dove sezioni di tessuto più sottili si alternano a tratti più spessi 


tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto 


277 gsm: acronimo inglese di “grams square meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo 


colletto a costine con tripla cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una tripla cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo 


made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo 





WHITESVILLE WV73544 



· 100% cotone standard 


· 20/1 


· pettinato a fibra lunga 


 · tubolare 


· 198 gsm 


· colletto a costine a doppio legante con doppia cucitura 


· made in Japan 


cotone standard: tipologia di cotone ottenuto con la coltivazione tradizionale


20/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso) 


pettinato a fibra lunga: lavorazione realizzata tramite una “pettinatura” che scarta le fibre corte, allineando solo quelle lunghe per un tessuto più morbido 


tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto 


198 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo 


colletto a costine a doppio legante con doppia cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico, con bordo di fascia ripiegato e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo 


made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo  









La prima volta che ho adocchiato un giaccone Barbour è stata fuori un bar di Piazzale Tecchio. Avevo quindici o sedici anni, era pomeriggio, e allo Stadio San Paolo la sera giocava il Napoli. La testa rasata che lo portava faceva parte del “mondo dei grandi” per i miei occhi adolescenti, dava banco con i suoi compari, agitava le mani col quadrante digitale dello G-Shock che luccicava come una barriera predisposta contro la luce tiepida del sole. I raggi dal cielo riflettevano su quel giaccone, il verde oliva del tessuto sferzava sopra il celeste polvere dei 501 come la contenuta vista di un albero al contrario...
Il colletto di velluto a coste, le maniche corte sui polsi, un tessuto assetato solcato da sgualciture troppo evidenti, come se una mano armata di un gessetto di un verde leggermente più chiaro si fosse sbizzarrita parecchio a scarabocchiarci sopra. Tutto di quella giacca lasciava presagire a qualcosa di andato, di vecchio. Ciò che più ricordo, però, di quel momento, non è una visiva e modaiola repulsione giovanile verso qualcosa di superato, ma una particolare sensazione, il fascino autoritario che quella giacca mi comunicava. Una idea di vissuto, di cicatrici... non qualcosa di bello nel senso letterale, ma di assolutamente inconfondibile.



Ci vollero altri “avvistamenti” per trasformare la fascinazione di un adolescente verso un oggetto, nel desiderio di averlo a ogni costo, e lo Stadio col suo immenso cortile contro-culturale, a quei tempi (2008/2009), era l’unico luogo satellitare dove avvistare un giaccone Barbour rigorosamente verde. Tanti di quelli che si adocchiavano erano stati presi a Ercolano, al Mercato di Resina. Mio fratello stesso ne aveva portato a casa uno comprato proprio a via Pugliano. Ricordo che nostro padre vide l’acquisto fatto e sgranò gli occhi. Non ci poteva credere, ci rimarcò l’aspetto peculiare del brand inglese, che noi ovviamente già conoscevamo, cioè l’odore caratteristico emanato dal tessuto cerato, impregnato di grasso di foca, e avvertì mio fratello che prima o poi per il fetore sicuro l’avrebbe regalato a qualcuno. Rideva immaginando quante notti nostra madre di olfatto "sensibile" l’avrebbe lasciato fuori al balcone nella speranza di svilire quel tanfo. Non si capacitava di quell’acquisto, vedeva un Barbour come qualcosa di passato... Sapeva forse meglio di noi di cosa si trattava. Tra gli anni ’80 e ’90, Barbour era tra i marchi più in voga in Italia. “BARBARO nella Galleria Umberto...” ci diceva, “ne ha venduti a migliaia quando voi forse manco eravate nati.”


Una quindicina di anni fa, invece, che io ricordi era OLD ENGLAND a via Toledo a essere uno dei pochi rivenditori del marchio in città. Ma un Barbour nuovo costava intorno ai 300 euro in quel periodo, troppo per uno studente adolescente. Tramite passaparola, io e mio fratello venimmo però a sapere che GENIUS a Piazza Dante vendeva Barbour nuovi a ottimi prezzi, e che valeva la pena perlomeno andare a dare un’occhiata. Essendo nuovi e freschi di tessitura, forse l’odore di animale marino non sarebbe stato manco così marcato...


La dritta si rivelò giusta. Comprai, dividendo la cifra insieme a mio fratello, il mio primo Barbour al prezzo di 170 euro. Un Bedale “olive” di misura 34 inglese, una “XS” nella conversione di taglie internazionale.



Ricordo ancora la prima volta che indossai quella giacca per andare a scuola, un giorno dei tanti, rannicchiato per il freddo gelido mattutino dietro il dorso atletico del mio socio Alessandro, entrambi lanciati sul suo Liberty nero... le mie mani piantate a imitare involontariamente un gallo nelle classiche tasche schiuse come branchie alle costole del Bedale. Ricordo l’orgoglio di avere quel capo addosso...


Ricordo anche che a scuola, ero l’unico ad averlo. Quella giacca non destava nessuna curiosità nella massa modaiola giovanile di quei tempi, se non per i “giovani vecchi” frequentatori abituali delle Curve.


Oggi, più di 15 anni dopo, molte cose sono cambiate a proposito del marchio inglese. Per la ceratura dei capi non viene più spalmato sul tessuto il grasso di foca, ma una cera brevettata proprio da Barbour completamente inodore. I tre modelli di punta (Beaufort, Ashby e Bedale) costano dai 400 ai 460 euro, e vederne uno in giro così come alla tv (che siano serie televisive o servizi del TG), è facile come notare un mozzicone di sigaretta riverso in strada.



La trasversalità di Barbour oggi è forse un unicum nell’industria dell’abbigliamento. Non mi vengono in mente altri giacconi di un qualsiasi brand di così ampio raggio. Modelli di giacche tra l’altro molto simili nel design e nella struttura, che volendo porle all’attenzione di occhi poco attenti, risulterebbero indistinguibili l’una dall’altra, e che cadono “giuste” su tutto: abiti sartoriali, blue jeans primaverili, ampi joggers goblin-mode by pandemia, pregiati cardigan cuciti a mano, felpe sportive con cappuccio, camicie artigianali... amate da ultras oltranzisti, medici affermati o in carriera, divi del cinema hollywoodiano, politici moderati che vogliono darsi un tono, estremisti di sinistra, estremisti di destra, paladini del fashion-heritage, aspiranti scrittori di bohemiana nostalgia, nonni appassionati di caccia e pesca, dee-jay di musica elettronica, hipster moderni, chiattìlli sempre fedeli allo skinny-mantra, cavallari divisi tra campagna e città, manìaci del vintage, modaioli adolescenti alla ricerca di uno stile personale ancora da decifrare...



Ai giorni nostri, questo è l’aspetto più esplosivo del brand. Barbour veste tutti senza che nessuno dei modelli urbani sopracitati si senta possessivamente offeso dall’altro, senza che nessuno disconosca il brand preda della moda del momento, un tempo sentìto proprio e ora sputtanato da persone “stilisticamente” lontane.


Barbour è di tutti, e piace a tutti perché non ha mai voluto piacere a nessuno. Fedele alle sue origini, al suo DNA “british” inabissato tra fango terroso e distese di campagne verdastre. Sempre sé stesso. Barbour è un totem stilistico che ha, tra discese pendenti e spavalde risalite, attraversato ere modaiole schizofreniche, uscendone più che vivo, guadagnando status e potenza come il vecchio spirito di un capo-tribù indigeno rispettato e osannato persino dai più iconoclasti e giovani guerrieri. La cera, l’unguento del rito pagano adoratore.


Si deve forse alla pratica della ceratura il continuo ritorno del marchio inglese sino alla totale affermazione dei giorni nostri. Tanti capi di abbigliamento perdono quel fascino iniziale, diventano col tempo semplici articoli riposti nell’armadio. Dati per scontati. Con le “Waxed Jackets” di Barbour questo non accade perché il tessuto assume le sembianze di un organismo vivente... Attraversa circa tre fasi: rigidità, morbidezza e aridità.



Nella prima fase il giaccone può essere un compagno di guerra idoneo a spedizioni di ricognizione in giungle selvagge, con la ceratura fresca che corazza il tessuto proteggendolo da sfregi, urti e acqua. 


La seconda fase, per i puristi del brand, è forse la più bella... la robotica pesantezza del tessuto si ammorbidisce, la patina unta sparisce al tatto e all’occhio e il giaccone diventa più affabile, leggero, mostrando il suo vero carattere attraverso lo sbiadimento del colore che diventa leggermente iridescente alla luce, con la tonalità scura iniziale che sfocia in una variante pastello senza perdere del tutto le proprietà difensive della cera. 


Alla terza fase non bisognerebbe mai arrivare, un colore tendente troppo al chiaro così come rughe di usura marcate sono segni di secchezza da disidratazione, campanelli di allarme che possono evolvere in lacerazioni del tessuto.


Queste fasi che attraversano i tessuti “wax” costringono quindi a prendersi cura di una giacca in modo particolare, perché potrebbe sempre, anche dopo anni e anni di utilizzo, esserci ancora vita. La ceratura riporta tutto alla fase iniziale, donando nuova linfa, per un ciclo di corso che può durare 6/7/8 e più anni, col giusto trattamento.


Proprio qualche settimana fa, ho spedito il mio terzo Barbour (un Beaufort “sage” di due anni) al noto laboratorio di restauro a Bologna, per una ceratura professionale. A lavoro fatto, però, la temperatura dell’aria in giro è aumentata improvvisamente, come se un’entità superiore si divertisse a giocare col clima tramite tasti di un telecomando, rendendo impossibile lo sfoggio di una giacca idonea per le giornate più fredde delle mezze-stagioni. Ma leggi che regolino la sanità del tempo non esistono ancora, e qualche giorno fa, un bel vento autunnale frustava per le strade come manate di un gigante arrabbiato... Indosso il Beaufort fresco di ceratura contento come se avessi ricevuto una notizia di quelle davvero belle. Scrollo il petto in modo che il giaccone aderisca bene sulle spalle per poi allacciare al collo lungo tutto il torso la cerniera dorata. Inserisco le mani nelle tasche a branchie alle costole, le dita unte dalla cera. Una veloce guardata allo specchio. Sorrido. Come se fosse la prima volta, sempre.



Vedersi bene al mattino è il primo passo per iniziare come si deve la giornata, e basterebbe quella energizzante sensazione di vanità, propagata ripetutamente in giornata non appena la spontanea occasione di vedersi riflessi spunti ovunque possa, per decifrare la passione per l’abbigliamento e un brand in particolare. Ma è successo qualcosa, stesso quella mattina, poco dopo, che ha innalzato ancora di più alle mie antenne l’idea e il valore dell’abbigliamento, contrastando per l’ennesima volta la retrocessione di quella passione a semplice debolezza o atto di vanità da molti promossa...



Mio fratello è arrivato in Store col suo Beaufort salvia, lo stesso che avevo io ancora serrato addosso mentre azionavo l’album Demon Days dei Gorillaz su Spotify come sottofondo alla mattinata lavorativa, pure se sembravano diversi per l’effetto della ceratura che rendeva il mio, a confronto, molto più scuro. Niente di strano, io e mio fratello spesso ci siamo ritrovati negli ultimi anni con un Beaufort identico addosso. Dopo poco, è arrivato però mio padre insieme a mia sorella, per un caffè veloce da prendere prima di andare non ricordo dove. Scendono dall’auto parcheggiata, chiedono se vogliamo qualcosa per la colazione al bar vicino. Lui, stretto in un Ashby “bark” espressamente richiesto come regalo per il suo compleanno. Lei, avvolta nel mio primo Barbour acquistato più di quindici anni fa, quel Bedale oliva XS scomparso dal mio armadio per approdare pianta-stabile nel suo. Alla domanda sulla colazione non rispondo. È appena partita Kids with Guns dei Gorillaz, i colpi della bass-line spianano l’associazione ai miei pensieri sparsi... Una cosa mai successa prima, in famiglia, tra noi. Esponenti di tre generazioni diverse, con indosso giacche dello stesso marchio, e non per casualità, ma per volontà di ognuno. Come fosse la “nostra” secolare azienda di famiglia... da promuovere, ostentare in giro per strada...



Ho immaginato Barbour come una fune tesa nel tempo e nello spazio dei fenomeni di costume, capace di unire attraverso l’uso che si fa dell’abbigliamento, come forse nessun altro marchio al mondo, generazioni lontane tra loro. Ho pensato che Barbour è famiglia. Un ricordo, un legame. Un incontro tra papà e figlio, tra fratelli che si fanno grandi, senza saperlo. Insieme.


Qualcosa di bello condiviso, veramente.


Alessandro Saviano





Quando una città e un marchio che hanno fatto dell’Identità l’altare attorno cui costruire la propria personalità si uniscono, il parto dovrebbe sbocciare un rigoglioso monumento artistico all’Appartenenza viscerale, al morboso legame venuto a crearsi tra i càntori di quella metropoli e un badge abbottonato alla manica del braccio sinistro. 


Stone Island mette radici a Napoli, inaugurando un flagship-store a via Filangieri, nel quartiere Chiaia. Ma gli spot promozionali a supporto dell’evento sono stati tutto tranne quel potenziale monolite identitario. Il focus era chiaro, raccontare il marchio attraverso la città, gli esponenti di spicco della sua fedele community...


Tralasciando l’ormai stucchevole, abusata estetica immortalata in video e foto ritraente cibo a basso prezzo e l’immancabile miseria dei vicoli di Napoli accortamente patinata effetto retrò in modo da risultare “cool” come la narrazione “pop” odierna esige (timbrata di quel folklore turistico fasullo da vacanziere dozzinale… sì, bella da visitare, fare festa, boh, non so da viverci), ciò che stona più di ogni altro elemento è la totale mancanza di vòcalist di spicco del sottobosco underground metropolitano, quei “personaggi” accreditati e riconosciuti degni di uno scettro-megafono dalla setta Stone Island partenopea.



Dov’è la strada, il fango? Dove, le “sotto” e “contro” culture che hanno formato tanto il marchio Stone Island quanto i propri adepti ribelli? Non c’è traccia di un punto di riferimento attuale o passato delle Curve partenopee, cosa molto poco credibile in relazione a una narrazione veritiera, considerando anche l’estremo legame che la città vive con il Calcio. Neanche un rapper emergente con l’ossessione della Ricchezza come traguardo e riscatto sociale per lui e il suo intero quartiere. Nessun ex-Paninaro vomerese dei tempi di Piazza Fuga.



Di cicatrici urbane artigliate su vecchi giacconi di Raso Gommato, neanche l’ombra.
Tutto ha un sapore posticcio, mancante di Essenza, poco autentico. La narrazione a sostegno dell’evento è totalmente schiava delle dinamiche social, senza un’anima corposa che tracci le linee giuste, corrotta più dal calibro-marketing dell’operazione che dalla voglia di raccontare qualcosa di davvero passionale sul rapporto tra Napoli e Stone Island.
Il cortometraggio annunciato feat. Mercato di Resina è l’unico aspetto intrigante, si potrebbe trovare un fondo storico di autenticità bella ed emozionante, se la potenza evocativa e affettiva della parola “Resina” facente breccia negli animi partenopei non si trasformasse in pochi secondi di trailer da sotto-testo a trama principale della narrazione, soverchiando quel poco che basta l’immagine del brand. E anche in questo caso, l’intento è chiaro, arriva dritto sgamato agli occhi di veri addict con acuta sensibilità in materia come un maelstrom di borghese arrivismo: mostrare l’aura di uno storico mercato di abiti di seconda mano, una “istituzione fashion-popolare” per gli abitanti di Napoli e provincia, cavalcando la “vintage-wave” che smuove cuori tanto in auge nell’era odierna. 
Compare anche Roberto Saviano (Roberto Saviano?!) intento a narrare aneddoti sulla storia del Mercato di Resina, sperando si soffermi a quello e non voglia enunciarci la “vera” storia del marchio Stone Island (sia mai abbia un losco passato da paninaro vomerese patito perso ai tempi di motori Zundapp e synth-pop ibizenco by Sandy Marton), e in sottofondo alle sue parole salgono lente le note di quale artista musicale napoletano, se non lui…


Geolier? Magari… un giovane rapper di strada formatosi nella contro-cultura hip-hop napoletana ora sulla cresta del successo nazionalpopolare avrebbe sicuro qualcosa di “sentìto” da dire riguardo Stone Island e la black-culture.


No, la voce che sale alle orecchie sulla melodia di note dolci è di Liberato, cantautore simbolo del "neapolitan-catchy" che ha costruito parte del suo successo sull’anonimato, per forza di cose impossibilitato ad aprirsi e raccontare qualcosa di suo.


Roberto Saviano e Liberato, pesi massimi della cultura “pop” napoletana chiamati a tessere, ognuno a modo proprio, le lodi di Stone Island e il Mercato di Resina, senza però capire bene quali siano i loro excursus in merito, la storia che lega entrambi al marchio fondato nel 1982 da Massimo Osti.


Tutto questo arriva come qualcosa di maestoso soprattutto agli occhi di gente comune conscia soltanto per sentito dire del valore (più che altro monetario) del brand Stone Island e di poser senza nerbo sguarniti di spirito critico pronti a sgranare gli occhi e commentare con fuocherelli social eccitati pur di sentirsi parte attiva di qualcosa che non gli appartiene. Diverso sarebbe stato comunicare, attraverso interviste “mirate” a veri partigiani della rosa dei venti, all’intera community partenopea di Stone Island, irrobustendola di orgoglio con racconti eversivi dove rispecchiarsi, accrescendo il sentimento di comunità e condivisione, del sentirsi parte di qualcosa più grande di quanto si possa immaginare, qualcosa che si fatica delle volte a credere abbia effettivamente a che fare con l’abbigliamento, il semplice atto di vestirsi. Qualcosa da tramandare a nuovi giovani desiderosi di approcciarsi a un brand tanto rinomato, con la speranza di ampliare quella famiglia… sì, di estranei… ma di gente come noi. 


Questo progetto è confezionato con carta mainstream di prima qualità, forse coerente con l’acquisizione del marchio da parte del gruppo Moncler che da qualche anno ha incrementato la produzione per arrivare alla massa e che mira, palese, a una collocazione del brand nel target “luxury” del settore moda, con il rischio intrinseco di portarlo a quel gradino dove le cose divengono belle solo perché costano tanto e le comprano i ricchi.


La promozione a fondamento dell’apertura del flagship-store lascia presagire a un compito studiato da un marketing-team con un buon capitale da snocciolare, chiari esponenti della cultura imperante, che sanno il fatto loro in termini di algoritmi di sistema, ma privi del giusto "know-how" per trarne ciò che conta, ovvero il plauso della community radicale. Damerini che una quindicina di anni fa magari avrebbero storto il naso altezzosi alla vista di un passante immerso in una tela da paracadute color salvia stropicciata e con una bussola giallo-verde ricamata su toppa nera in alto al braccio sinistro, bollando la giacca in questione come qualcosa “da stadio” e quindi di cattivo gusto. Chi lo sa… persone che nulla forse hanno di “vissuto” in quella storia subculturale quarantennale che ha unito e unisce Stone Island e milioni di giovani ribelli sparsi per il globo maturati nello sport di squadra e la musica underground, e che ha creato attorno a un badge un culto identitario come forse nessun altro marchio al mondo.


Una tremenda occasione persa, considerando l’esplosivo potenziale contro-culturale di questa nostra folle amata città.


Alessandro Saviano







LA STORIA DI STONE ISLAND


Massimo Osti è stato un visionario designer bolognese. Le sue scoperte nel settore tessile hanno attirato attenzione estrema sui marchi da lui fondati, tra tutti C.P. Company (1971) e Stone Island. Si deve a Osti, per esempio, l’evoluzione della tecnica della tintura in capo (garment dyeing), l’avanguardia dei tessuti termosensibili (ice/reflective jacket) e la particolare lavorazione di spalmatura sintetica pennellata su materiali naturali (rubber flax, rubber wool e tecnowool, seta e lana smerigliata) volta soprattutto a garantire comodità, estetica combattiva e resistenza funzionale alla struttura dei capi.



IDEAS FROM MASSIMO OSTI a opera della prima moglie di Osti, Daniela Facchinato (fotografa), è un eccellente manuale per chi volesse saperne di più sul rivoluzionario stilista riconosciuto non a caso da esperti del settore come Andrew Groves (professore di Fashion Design all’Università di Westminster) come l’inventore dello Sportswear moderno, documentato con tantissime immagini e interviste di archivio.


A proposito di Daniela Facchinato, è sempre girata voce che il nome “Stone Island” fosse l’unione di due parole molto abusate nei romanzi di Joseph Conrad, scrittore ai massimi livelli della letteratura mondiale, baluardo di una narrativa votata tanto alla vita di mare, parole suggerite un giorno su richiesta di Massimo Osti dall'allora moglie Daniela Facchinato alle prese con un romanzo dello scrittore polacco naturalizzato inglese. La conferma su questo particolare arriva dal primogenito Lorenzo Osti, attuale presidente di C.P. Company e del Massimo Osti Archive a Bologna, pienamente coinvolto anche nel nuovissimo brand Massimo Osti Studio, che aggiunge un elemento ispirativo per il padre a questa narrazione, riguardante la Sardegna, ovvero la casa di Santa Teresa di Gallura dove la famiglia Osti passava la stagione estiva, totalmente immersa tra rocce, vento e mare.


Nei primi anni ’80, C.P. Company è un successo incredibile, il marchio vende talmente tanto che servono investitori per sostenere la produzione delle prossime collezioni. Massimo Osti allora vende parte delle azioni di C.P. Company al GFT (Gruppo Finanziario Tessile) di Torino, azienda storica italiana cimentata nella produzione tessile, con a capo la Famiglia Rivetti, che in quel momento produceva brand della stazza di Valentino e Armani, desiderosa di espandersi nel settore “non formale” dell’abbigliamento sportivo, attratta soprattutto dalla tecnica innovativa della tintura in capo, quell’effetto “vissuto” conferito alle giacche. Carlo Rivetti, cugino del presidente del GFT Marco Rivetti, diventa l’amministratore delegato di quella divisione “sportswear” venuta di fatto a crearsi. Massimo Osti rimane presidente così come direttore creativo, e concentrandosi solo sull’aspetto artistico ha inizio la stagione più importante della sua storia lavorativa.
Il primo manufatto targato Stone Island nasce da un errore di sperimentazione. Massimo Osti sviluppa un’ossessione per le tele dei camion: quella resistenza, la pigmentazione lucida e il modo in cui perdevano colore a contatto col sole. Campioni di quel tessuto non esistevano nel settore tessile, quindi si rivolge a fabbricanti di tende da esterno per negozi. Riesce a ottenere ciò che desiderava, campioni di canvas di cotone “spalmati” di resina impermeabile che lavando si decoloravano. Ma il processo non è facile, lavorare quel materiale è faticoso per ammorbidirlo e renderlo a tutti gli effetti un giaccone da indossare. Viene dimenticato una notte intera in una macchina per bollire dove si stava provando a renderlo più presentabile. Il giorno dopo, qualcosa è cambiato.


Questa scoperta ha portato alla nascita della Tela Stella, un tessuto molto resistente sottoposto a un lavaggio enzimatico, di colore bi-facciale proprio come i tendoni dei camion.



Ma C.P. Company forse per la sua natura estremamente funzionale di stampo militare basato su tinte “di Terra” non è il contenitore giusto per un esperimento così “colorato” e sfrontato. Nasce così nel 1982 Stone Island, un progetto partorito da quella scelta reputata folle, che incarna sin dalla nascita innovazione, coraggio e aggressività. Un approccio quello di Osti subordinato soprattutto alla ricerca sistematica di un “errore” nei laboratori di produzione.


Stone Island è sempre stato fluidità ed evoluzione. Indicativo a questo aspetto anche il fatto che il marchio non abbia mai prodotto un capo con lo scopo di renderlo iconico, di modo da riproporlo di anno in anno come must-have nelle collezioni future. Nelle giacche troverete sempre diciture dettagliate di rimando ai tessuti, quello è il riferimento, mai a nomi dati a modelli di capi disegnati e riconducibili a una ripetitività strutturale, se non parole generiche come parka, coach o anorak.


Questo perché l’iconicità in Stone Island è assunta dai tessuti elaborati e dalla palette cromatica di colori plasmati e resi più che distintivi dalla tintura in capo applicata faticosamente a mix di materiali naturali e sintetici.


RASO GOMMATO, GLAZED SILK, DAVID TC, NYLON METAL, MEMBRANA 3L TC… sono solo alcuni dei tessuti che hanno reso Stone Island un laboratorio di sperimentazione avanguardista come forse nessun altro brand dell’universo tessile. 



I primi esemplari della giungla urbana in giro a essere avvistati con giacconi Stone Island furono i Paninari, ancora oggi l’unica subcultura mai sbocciata in Italia. Ma nonostante questo dettaglio storico, i primi ad aver creato una vera community identitaria e riconoscibile attorno la patch Stone Island sono stati gli Hooligans inglesi. Come trascritto in Casuals di Phil Thornton, il modello Ultras italiano non è mai stato di riferimento per gli hooligans inglesi, ma la moda italiana con i suoi marchi di punta la faceva da padrona nell’abbigliamento giovanile. Lo stile dei paninari era giunto a Liverpool, Aberdeen e via-via in tutto il Regno Unito, anche grazie alle partite di Calcio in occasione delle competizioni europee. I Pet Shop Boys celebrarono su vinile la moda italiana col singolo “Paninaro” e nel 1986 in Inghilterra vide la nascita una nuova rivista fashion, Arena, opera di Nick Logan, il fondatore della più celebre The Face. Le pubblicità dell’epoca presenti sul magazine sono un indice documentaristico di quale brand andasse forte ai tempi: Giorgio Armani, Benetton, Best Company e, soprattutto, C.P. Company.



Stone Island, di nascita prematura, era molto costoso, e le giacche tremendamente rare da reperire. Bisogna quindi aspettare i primi anni ’90, durante la seconda ondata di hooliganismo, dopo la “cura Thatcher” applicata dal governo per debellare la violenza negli stadi: è in quel periodo che Stone Island diviene il simbolo della Terrace Culture. I rave, l’ecstacy e l’Acid House hanno smantellato il seguito di massa degli anni ’80 a supporto delle squadre calcistiche. In giro a fare danni per le strade, non più negli stadi, è rimasto chi nell’hooliganismo non aveva mai visto un fenomeno di moda passeggero. I gruppi violenti diventano una manciata di trenta, quaranta facinorosi, più attenti, paranoici, che programmano scontri per strada e assalti ai pub con organizzazione capillare, mimetizzati nel tessuto urbano cittadino con maglioni e felpe di "lana e cotone misto al nylon" addobbati di una sola toppa penzolante al braccio sinistro, una specie di mostrina militare in perfetta sintonia con lo spirito guerresco delle azioni progettate.



È sotto questo fertile terreno sportivo che Stone Island cresce sino a sbocciare, capitolando addosso a varie Star tutte accomunate da una forte passione calcistica, carezzando il termine “lusso” come mai prima forse. Tanti atleti affermati come David Beckham, Eric Cantona e Pep Guardiola vengono avvistati nello sfoggio della bussola marinaresca sulla manica sinistra, così come tanti divi della musica rock tifosi sfegatati per la propria squadra del cuore tipo i Fratelli Gallagher (Manchester City) o Damon Albarn (Chelsea). È bene sottolineare come l’azienda Stone Island non abbia mai fatto “product placement” ovvero donare capi a Star in voga per promuoverli pubblicamente. Questa è sempre stata una forza intrinseca al brand: quel badge sul braccio sinistro si vedeva per strada o in tv solo per la sua schiva bellezza, per trasmettere la sensazione di essere parte di qualcosa.
A metà degli anni ’90, succede qualcosa che segna uno spartiacque nella storia di Stone Island: Massimo Osti lascia la direzione creativa, nell’apice della sua popolarità, per dedicarsi ad altri progetti come Left Hand e Massimo Osti Production. Questo è dovuto al fatto che il GFT affronta una crisi progressiva sull’orlo del fallimento. Carlo Rivetti lascia la società e acquista la totalità delle azioni di C.P. Company e Stone Island, fondando la Sportswear Company. Non è chiaro se la scelta di Massimo Osti sia stata sua o se sia stato spinto a farlo dopo i continui disguidi con il nuovo presidente societario Carlo Rivetti. Il posto di direttore creativo viene sostituito dall’inglese Paul Harvey.
Per i successivi anni, nonostante l’assenza di Massimo Osti bollata da tutti come il tramonto di C.P. Company e Stone Island, soprattutto Stone Island cresce di nome contro i pronostici. Alla iconica patch nera sulla manica del braccio sinistro, al termine degli anni ’90, viene rimosso il bordo verde perimetrale, per svecchiarne l’immagine “anni ’80” a detta di Carlo Rivetti, e sotto la guida creativa di Harvey avvengono ulteriori sviluppi di sperimentazione tessile come la Compact Jacket, il Raso Gommato Reverse Colour Process e il Metal Shell Bronze. Le collezioni si differenziano presentando novità come i badge di colori differenti, dove la rosa dei venti bianca indica capi sperimentali di alta gamma simbolo di ricerca spasmodica e i badge “ghost” dello stesso colore del capo, tono su tono, sintomatici di un concetto stilistico basato su design monocromatico e mimetizzazione.



Nel 2008 Paul Harvey lascia il posto di direttore creativo a Carlo Rivetti, che continua la scia di sperimentazione tracciata da Osti avvalendosi di collaborazioni con designer quali Errolson Hugh e Aitor Throup.
Nel 2010 Carlo Rivetti decide di vendere C.P. Company alla FGF Industry di Enzo Fusco per concentrare tutte le forze aziendali solo su Stone Island. Questa scelta si rivela monetariamente azzeccata perché il marchio anno dopo anno sale a 240 milioni di fatturato. Questo risultato è dovuto anche a una nuova tendenza che vede collocare Stone Island nel segmento “streetwear” della moda. Nella seconda decade degli anni 2000, infatti, c’è una metaforica sorta di appropriazione “rapper” del marchio. Artisti underground (Dave, Kano e Vince Staples) e mainstream del calibro di Kendrick Lamar e Drake (soprattutto) posano nei propri video musicali, o vengono spesso paparazzati a spasso, in giacche o felpe Stone Island molto distintive.
Nel 2020 l’azienda viene acquisita dal gruppo Moncler per una cifra immensa e in questo momento si ha forse la seconda vera rottura, dopo l’abbandono di Massimo Osti, con la storia del brand. Carlo Rivetti rimane presidente, ma molte cose cambiano: i prezzi dei capi salgono vertiginosamente, la produzione aumenta e le campagne-marketing a supporto delle collezioni diventano faraoniche, con Star di ogni risma nel ruolo di ambassador del brand, qualcuna “coerente” con la storia di Stone in quanto fan da tempi non sospetti (Spike Lee, Jason Statham, Liam Gallagher), altre messe totalmente a caso solo per il seguito di successo internazionale alle spalle (Peggy Gou).


Un approccio lontano anni luce dalla creatura creata nel 1982 da quel genio, anonimo, snob… di Massimo Osti.



Alessandro Saviano

Showing 1 - 1 of 1 item
Prodotto aggiunto al carrello
Quantità
Totale
Ci sono 0 prodotti nel tuo carrello. C'è un solo prodotto nel tuo carrello.
Totale prodotti
Totale con spedizione  To be determined
Totale
Continua lo shopping Procedi al checkout