Addento famelico la pizza con la scarola preparata dalla madre di Michele. Ogni morso è uno scoppio di estasi. Mastico pensando che per arrivare al grado di godimento in atto, i Fontaines D. C. stasera devono impegnarsi davvero parecchio…
Arrivo a Bologna in vista del concerto all’Unipol Arena più per la curiosità morbosa di vedere dal vivo la band irlandese padrona della scena rock contemporanea, che per un legame affettivo che possa catalogarmi tra i sostenitori più attivi. Li seguo con riserva dai tempi di Dogrel, sia chiaro, catturato dall’amore decantato verso la loro terra, l’Irlanda, e dall’ascolto di Sha Sha Sha che mi ricordava i Blur di Parklife. Ma qualcosa mi ha sempre impedito di lasciarmi andare con la band di Dublino. Non sono mai riuscito a esplicitarmi come un sostenitore, un amante concesso a quel sound, alla loro musica, come mi è capitato con gli Oasis o gli Arctic Monkeys. Cito queste due band perché discutendo in treno con Michele parliamo proprio di come a oggi i Fontaines D. C. abbiano conquistato l’eredità rock di massa lasciata dagli Arctic Monkeys e di come le scimmie artiche l’avevano a loro volta raccolta dagli Oasis nei primi anni duemila. Tre band diverse tra loro, ma che hanno tutte conquistato il pubblico mainstream partendo dall’undergound e divenendo in UK ed Europa il punto di riferimento di quel genere musicale.
I Fontaines D. C. non sono ancora certo a quei livelli, ma ci arriveranno…
Dopamine Chamber è uscito una decina di giorni fa, è il quinto album dei boys in the better land. Credo fermamente che per dare un giudizio serio riguardo un album ci voglia molto tempo. Impossibile riassumere un’opera di qualsivoglia natura diciamo artistica in pochi giorni. Riviste come Pitchfork hanno stroncato album rivelatisi poi negli anni capolavori...
Detto questo, secondo me, ogni percezione del valore di un album è personale, sale di grado affettivo quando sul totale delle tracce se ne “salvano” nella propria libreria mentale più della metà. Devo dire che ai primi ascolti di Dopamine Chamber io personalmente sento di salvare 4/5 tracce sulle 11 totali. Il problema è che le salvo davvero per poco, una sufficienza risicata direbbe la mia professoressa di Matematica delle scuole medie. In realtà, non sono manco sicuro di salvarle davvero, in una delle mie playlist Spotify tanto per capirci. Nel penultimo album, Romance, ne salvavo ancora meno, ma le salvavo, nella mia libreria mentale, in qualche modo galvanizzato, perché la potenza incisiva di pezzi come In the modern world, Here’s the thing e Starbuster valeva da sola il prezzo dell’intero album. Potenza che in Dopamine Chamber non trovo, al momento.
I tempi di pubblicazione dei ragazzi di Dublino sono, al quinto album, uno circa ogni due anni. Roba da rapper mainstream che hanno venduto il culo all’industria. Con questo non voglio dire che i Fontaines D. C. siano cascati dentro dinamiche aziendali da fatturato, ma sono convinto, in linea generale, che la fretta uccida l’ispirazione. Dopo il fervore esplosivo iniziale, per qualsiasi elaborazione artistica, soprattutto nel rock cantautorato, ci vorrebbe più tempo per produrre, di modo da chiarire la visione, fornire un’opera pronta e completa. Le scadenze vanno a intaccare tutta quella revisione per certi versi essenziale a un’opera per chiudere il cerchio senza sbavature troppo marcate. È soltanto una mia valutazione che nulla forse ci azzeccherà nel caso dei Fontaines con i loro fertili tempi di produzione.
A ogni modo, se Dopamine Chamber si rivelerà un album importante nel percorso artistico dei Fontaines D. C. questo ce lo comunicherà soltanto il tempo. Al quarto/quinto ascolto, io sono dell’idea che Skinti Fía rimanga per il momento il Manifesto dei boys. Di una bellezza di musica e scrittura ineguagliata…
Alla stazione di Bologna l’aria è calma, forse troppo. Delle proteste di sabato neanche l’ombra, la quiete dopo la tempesta. Arriviamo all’Unipol col regionale dalla stazione centrale, l’aria delle campagne attorno è fredda. È già sera. Una serpentina interminabile però scorrevole di ragazzi e ragazze in Dr Martens e Vans avvinghiati dentro cappotti di pelle e giubbini tecnici ci conduce all’interno del palazzetto. Entrare in un luogo addobbato per un concerto di forte portata nelle ore precedenti all’inizio dell’evento, quando le luci sono accese sul pubblico e una marmaglia cool di ragazzi si sposta dai bar ai bagni ai punti-vendita del merchandising della band, con le voci di ogni singola persona mischiate alle migliaia di altre che si elevano in un unico potente vociare indistinto… beh, rimarrà sempre una delle sensazioni più belle da provare in vita…
Sul palco l’allestimento scenico è al minimo. Un tendone nero calato alle spalle degli strumenti e due maxi-schermi ai lati dell’impalcatura. Le luci sul parterre si spengono, si accendono di bianco quelle sul palco, illuminano il tendone.
Sulle note di Se telefonando di Mina entrano in scena i Fontaines…
La scelta della canzone come intro al concerto non è per niente adulatrice, volta soltanto a strizzare l’occhio al pubblico della nazione in cui ci si trova. Mina è stata fonte di forte ispirazione per Dopamine Chamber pare a partire dalla cover dell’album.
Inizia l’evento…
1ª Tongue - Pezzo di apertura debole che non suscita particolare clamore nella folla. Le mani ondeggiano, ma il coinvolgimento è minimo anche perché sono in pochi ad averla memorizzata come si deve, sia per la recentissima uscita dell’album, sia perché il brano in sé non esplode più di tanto.
2ª Here’s the thing – Sarebbe stato il giusto pezzo di apertura, il pubblico impazzisce gasato dai riff aggressivi di chitarra scagliati a fendere la pista come frustate.
3ª Nabokov – Le parole “I did you a favour” urlate squarciano il palazzetto, provocano una primordiale sensazione di sfogo nelle viscere. Uno dei versi rock cantati più belli degli ultimi decenni.
4ª Boys in the better land - Si comincia col fare a spallate, la pista si smuove come una brutta marea in agguato, agitata dai colpi di chitarra acustica iniziali e dai sonagli di un tamburello che presto vola sul pubblico in delirio. Volano bicchieri vuoti (mica tanto) di birra. Una delle tracce più iconiche, che ha contribuito a lanciare i boys di Dublino nel panorama post-punk internazionale.
5ª Marianne – Gli arpeggi synth calmano gli animi, una specie di collettiva ipnosi. Le mani di tutti sbattono in aria. Per essere un singolo di traino non è per niente un mero esercizio commerciale, soprattutto in quanto a sonorità. Se non forse nel ritornello, anche all’ennesimo ascolto non stanca.
6ª Jackie down the line – I pregiudizi verso i primi singoli rilasciati per anticipare gli album qui trovano un fondo di verità. Non convince. Anche la versione live non cambia la realtà, il brano più commerciale di Skinti Fía.
7ª You miss me - Tra le tracce meno incalzanti di Dopamine Chamber e l’esibizione live non aggiunge niente, soprattutto al ritornello un tantino mieloso.
8ª Roman Holiday – Intro fenomenale, rilassante, sopraffacente. Da chiudere gli occhi e sognare. Gioiello di Skinti Fía, pezzo ancora più fantastico a sentirlo dal vivo.
9ª A hero’s death - Title-track del secondo album, gioia per le orecchie dei fan più hardcore. Si torna col fare a spallate travolti da schizzi di birra e suoni grezzi e industriali, urlando: “Life ain’t always empty…”
10ª In the modern world – Il brano più emozionante di tutta la produzione fontainesiana, punto. End of story. Versione live davvero indescrivibile.
11ª Happy for you – È anticipata da un secco “Free Palestine” pronunciato da Grian Chatten al microfono. Viene interrotta per segnalare l’attenzione su qualcuno che non si sente bene tra il pubblico.Traccia senza mordente, un “quiet-loud-quiet” abbastanza insipido, con una schitarrata poco dopo la metà che ricorda Green Day e Coldplay.
12ª Big Shot - Una delle migliori canzoni dei Fontaines. Lo si bramava molto questo momento, ma l’esibizione live non è parsa dominante. Ci si aspettava qualcosa in più dalla performance, data l’importanza del pezzo.
13ª Death Kink - Bella sorpresa, non si apprezza mai abbastanza nella trasposizione registrata in studio come si fa invece in quella live. Il ritornello movimenta bene strofe un poco monotone.
14ª Mimesis - La vera sorpresa del concerto. Il sound, il ritornello. Vibes da ponte tra ultimi Joy Division e primi New Order post-Ian. A brano terminato il riff di chitarra continua in coro da stadio urlato da tutto il pubblico, cosa che spinge la band a un piccolo reprise da jam-session davvero emozionante, con Grian che intona: “If you’re a star, shine on me/If you’re not, let me be…”
Il momento più alto di tutto l’evento.
15ª Bug - Non perde quella scia di gioia tracciata da Mimesis e si conferma una canzone giusta, ricreativa.
16ª Favourite - Potrebbero anche dare il software di registrazione in studio ai gatti di Dublino.
17ª Starbuster - Colosso della produzione dei Fontaines. Tutta la costruzione del pezzo… beat in 4/4 della batteria, loop di archi synth, groove del basso… esalta, smuove gli animi. Si torna di nuovo col fare a spallate tra un rigurgito liberatorio e un altro.
18ª Japan – Le torce accese dei cellulari dalle tribune fanno la loro grossa parte. Brano rilassante, da canticchiare stretti attorno un fuoco di bivacco.
19ª Six shot morning – Primo di Dopamine Chamber che pone da subito alte aspettative per i restanti pezzi dell’album. Un bel crescendo di melodia elettronica che scoppia nel modo giusto a poco più della metà. Live però non entusiasma molto.
20ª I love you - Una dedica per il regista Paolo Sorrentino, così parte. Bellissima interpretazione, che ingrana dando il meglio di sé verso il termine, con strofe urlate veloci, di pancia, da togliere il respiro.
21ª Where is gone? - Chiude il concerto, brano che si apprezza soprattutto nell’impostazione musicale iniziale, tastiera e chitarra acustica, una melodia malinconica e nostalgica. Si spera il ritornello non stanchi col tempo.
Evento terminato. Le luci sul palco si spengono e la prima cosa che faccio è prendere il cellulare, aggiungere Mimesis nella mia playlist “Energic” di Spotify. Il ricordo più bello di questa serata che porterò con me, insieme alla pizza con la scarola, ovvio.
Alessandro Saviano
Ho tante giacche in armadio a cui sono particolarmente affezionato. Ma se dovessi scegliere, perpetrando uno stupido gioco infantile, pur di non perderla, quale sarei disposto a giocarmi l’amputazione di un mignolo, credo che la scelta cadrebbe sulla “Mille” di C. P. Company della collezione Autunno/Inverno (F/W) del 2023. Una giacca costruita in pesante cotone cerato proveniente dalla storica fabbrica di Halley Stevenson in Scozia e "tinta in capo" attraverso la tecnica di tingitura “batik” di origine indonesiana.
La MilleMiglia è il capo di punta delle collezioni del marchio C. P. Company e viene riproposta ogni stagione cambiando tessuto, design e colore. È un rifacimento celebre alla giacca progettata nel 1988 da Massimo Osti per la “Mille Miglia” (storica competizione automobilistica) e che ha la particolarità di avere incorporati tre grossi occhialoni, due nel bordo del cappuccio (goggles) e uno sul polso sinistro (watchviewer).
Ormai l’aura del designer bolognese Massimo Osti, venuto a mancare nel 2005, fondatore di C. P. Company e Stone Island, continua con l'espandersi sempre più.
Fatto tesoro delle sue scoperte innovative, seguendo quello stesso spirito di sperimentazione tracciato come base, le sue due creature hanno raggiunto ai giorni nostri un successo internazionale.
Una delle due (C. P. Company) rimasta tra l'altro in famiglia con l'attuale Presidenza del marchio ricoperta dal primogenito Lorenzo Osti.
Ma come si spiega il successo di un marchio che fa di due occhialoni neri un simbolo più che distintivo? E soprattutto, quando, un brand travalica l’immagine di abbigliamento, creando vestiario di culto, qualcosa in cui esprimersi davvero?
Tra i migliaia di brand esistenti al mondo, non sono poi molti quelli capaci di creare “connessione” anche tra estranei: notare tra la folla, o in televisione, un logo familiare cucito su stoffa e sentirsi un po' più vicino alla persona che lo sfoggia, senza neanche conoscerla. La vera origine di questa connessione ha una forte radice tentacolare che si dipana oltre la semplice smània per l’abbigliamento. "Sottocultura” si chiama. Ha molto a che fare con i giovani. Non giovani qualsiasi. Ribelli. Ogni sotto/contro-cultura si riconosce in pratiche condivise: ascoltare un certo tipo di musica, possedere un'attitudine precisa, ma… soprattutto… “rivelarsi” al mondo attraverso determinati loghi di abbigliamento. Gli appartenenti alle sottoculture rigettano trend modaioli schizofrenici, per loro i capi sfoggiati sono status immortali da tramandare di padre in erede, reliquie simboleggianti l’estremo legame a un piccolo mondo fatto di forme contestatrici di aggregazione. Per quanto i brand amati dalle sottoculture possano vivere anni sulla cresta trasversale della moda, snaturando in qualche modo la magia del background originale ’ove si sono formati, quei loghi cuciti avranno sempre il cuore radicato per strada, tra i giovani ribelli con l’ago della bussola ben piantato sul rimanere se stessi. Questa è la loro forza. Una Storia legata in qualche modo a un'ideale, un'Attitudine. Essere "sotto" e "contro" cultura.
La sregolatezza innovativa di un designer italiano ha quindi dato vita illustre a uno di questi marchi eterni, cardine, come solo pochi altri, della ribellione giovanile legata in particolare al mondo delle gradinate...
Un marchio controverso, rivoluzionario... istigante a partire dalla sua impronta di fabbrica: due grosse lenti nere incastonate nel bordo del cappuccio. A coprire il volto.
La storia per arrivare al successo dei giorni nostri, tuttavia, non è stata per niente facile per C. P. Company e la famiglia Osti, tra… il primordiale-incredibile successo degli anni ’70, la vendita del marchio al “GFT” della famiglia Rivetti nel 1983, l’abbandono di Massimo Osti dalla direzione creativa per incompatibilità con Carlo Rivetti nel 1995, la successiva vendita voluta da Carlo Rivetti alla “FGF” di Enzo Fusco nel 2010… per poi arrivare all'acquisizione nel 2015 da parte del gruppo “Tristate Holdings” di Hong Kong in collaborazione con Lorenzo Osti…
Una storia lunga, travagliata, ma relativamente giovane per come conosciamo il brand adesso. È solo da una decina di anni che il marchio si afferma in continua evoluzione sotto la guida soprattutto creativa di designer come Alessandro Pungetti, Paul Harvey e Leonardo Fasolo. Una evoluzione senza impedimenti di sorta che ostacolino il suo decorso, traendo sempre spunto dall'Archivio interminabile di Massimo Osti e dalla magia derivante dal “tinto in capo” (garment dyeing)… Massimo Osti è stato il primo infatti ad applicare quel processo di colorazione millenario su giacche assemblate con mix di materiali, naturali e soprattutto sintetici, notando come, al bagno di colore, il cotone rispondeva in un modo, il nylon in un altro e la lana in un altro ancora… Un metodo sperimentale molto faticoso, ma la profondità cromatica in alcuna maniera calcolabile, del tutto accidentale, che si ottiene così procedendo, è uno dei lasciti più importanti donati dal designer bolognese.
Dunque, una crescita stabile quella di C. P. Company che può essere associata e fatta coincidere con l’introduzione di una lente (lens) alla manica sinistra dei capi, a oggi uno dei simboli più riconoscibili del marchio insieme alle goggles iconiche, che hanno ampliato e differenziato la produzione proponendo indumenti meno sfacciati, ma sempre riconoscibili e identitari.
La collezione principale (main) di C. P. Company presenta tre segmenti distintivi a seconda delle lenti presenti sui capi:
1 goggles sul bordo del cappuccio
2 goggles sull’ampio risvolto del collo
3 lens sul braccio sinistro
Le goggles annesse sul risvolto del collo presenti su giacche, anche felpe, richiamano una storica giacca (Explorer), la prima creata da Massimo Osti, ancor prima della Mille, ispirato dalle divise della protezione civile giapponese.
Nelle ultime stagioni la lens è stata inserita anche su capi con le goggles incorporate, scelta stilistica che non tutti hanno apprezzato, preferendo di gran lunga i tre segmenti distinti che differenziano nettamente il catalogo dei capi e spingono a collezionare un modello invece dell'altro.
Ogni stagione, quindi, la collezione di C. P. Company si evolve con piccoli aggiustamenti che vanno a perfezionare il design strutturale del marchio. Un bonus incredibile sarebbe una produzione incentrata per almeno il 70% in Italia, ma questa scelta forse mai avverrà per i motivi che tutti conosciamo. Per quanto riguarda i piccoli aggiustamenti, da questa F/W, esempio, la scritta “C. P. Company” sulla lens alla manica sinistra sarà continua, non spezzata in due come in passato, così come diverso sarà il bordo all'occhiello, da ora opaco e non più lucido. Tutte accortezze sintomo di un brand in crescita esponenziale, che forse non ha mostrato ancora il suo Manifesto decisivo al grande pubblico. E considerato il potenziale visto sino a ora, non vediamo l’ora che l’opera sia conclamata per sempre, perché per nostra fortuna, sì, per C. P. Company il meglio deve ancora venire.
Alessandro Saviano
Capire la Storia e la formazione di una città e i suoi abitanti non potrà mai essere un esercizio assoluto. Qualcosa sfuggirà sempre a una esaustiva visione d'insieme. Uno dei compiti dell'Arte, in particolare della Letteratura, è quello di cercare almeno di “provare” a scolpire, attraverso il tempo, l’anima di una città e i suoi abitanti.
A seguire nelle foto, i migliori romanzi secondo noi ambientati a Napoli.
"Ibiza non è più come una volta..."
Sono circa 30 anni che ogni generazione alle prese con la prima esperienza sull'Isola più osannata del Mondo sente pronunciare questa frase da membri di generazioni precedenti.
Le varie accuse mosse possono essere riassunte in una sola, e cioè l’estrema “commercializzazione” dell'Isola, fattore che ha portato a un aumento dei prezzi, al decadimento “instagrammabile” della proposta musicale in pista così come a restringenti regole di sicurezza, sia nei club che per strada.
Questo ultimo punto, in particolare, ha rotto i cuori dei veterani abituati a fare festa senza limiti di orario, andando avanti nei locali di tutta l’Isola sino a mattino inoltrato.
Da ormai molti anni, questa “perdita della concezione del tempo” è andata sfumando, e alle 7 del mattino i sipari calano.
Ma esiste un Club, il più bello e storico dell'Isola, che garantisce almeno due volte l’anno un ritorno a tempi andati, quando il mattino non era un limite, ma una zona di valico da conquistare.
Abbiamo cercato di esprimere in un breve Racconto la magia di quelle sensazioni, del passaggio transitorio “notte-giorno” immersi nel Club più importante al Mondo.
Ivo straparla: «Devo bere acqua incontaminata, sennò mi viene qualche paranoia… Quando uno sta fátto, idratarsi è l’a-b-c! Non ricordo dove l’ho sentito, forse l’ho letto…» Fa segno ad Alessandra di fargli compagnia e dopo dice a noi altri: «Andiamo al bar un attimo…» Gli facciamo lenti di sì con la testa, io, Mattia ed Elisa, come a dirgli: “Tranquillo, vi aspettiamo qua.” Red afferra la mano di Alessandra, lei stringe la presa e insieme si allontanano, inghiottiti dall’orda circostante di manichini umani solo all’apparenza scarichi, una corrente di teste dondolanti assopite nella beatitudine del momento… La pista si è sfollata quel tanto che basta da permettere a ognuno di surfare sulla propria onda senza costrizioni. Migliaia di persone ancora presenti, ma non più ammassati gli uni sugli altri come tifosi al botteghino la mattina del rilascio dei biglietti per la partita dell’anno… Una sottile trasmissione allaccia ogni presente, la consapevole attesa del colpo di coda prima del gong finale… Raggi opachi trapassano in alto le lastre di vetro… Non vedevo l’ora che arrivasse ’sto momento… quel tocco di chiarore sceso dal cielo che rinvigorisce l’umore… provare per credere… Ci siamo… eccola, la luce del giorno… illumina noi, questa immensa serra botanica che ci avvolge, ci confeziona protettiva contro il tempo che scorre fuori e ammala di passato la vita e i ricordi, quel tempo che qui si è fermato, luminoso per sempre, abbraccia questo campo di battaglia saturo di una massa danzante, dove ognuno ha donato all’ambiente parte della sua vitalità… Il sole risucchia l’oscurità e annuncia il giorno, il bagliore improvviso dona carica e a-fuoco marchia ciò che resta di questa notte ormai passata, pezzetto di vita scolpito nella mente… Stanati dal sole nascente, sentori di precaria lucidità tradiscono il prezzo pagato all’altare del Piacere, si manifestano… sopracciglia montate male, paralisi facciali, riflessi rallentati… Il riff di una batteria elettronica penetra nel pezzo pompato, lo sfasa completamente per qualche secondo come l’imprevedibile incursione di un cervo in autostrada… Dura veramente poco, ma lo riconoscerei tra mille. Mattia nota lo spasmo riconoscitivo con cui è scattata la mia testa. «Ch’è?» mi fa. «’Sto pezzo…» gli dico, lo sguardo vigile nel vuoto, come se aspettassi l’esito potenzialmente milionario alla risposta data in un quiz televisivo. «Lo conosci?» «Non questo, ma quello che sta per entrare in battuta…» Insieme guardiamo la sala comandi, gli occhi a scavalcare centinaia di teste ondeggianti… Villalobos è una spugna di acqua e balla come un robottino effemminato con soltanto un paio di mosse in memoria programmate. Attorno a lui, compagni festinari di viaggio e membri del team gasati dal groove incitano la pista, si mischiano a groupie póppece, a pompinare senza un’anima che a turno si danno il cambio nella speranza di farsi notare in consolle… «Non lo so… forse solo un flash è stato, mi sto impressionando…» all’improvviso dico, ma ecco che lo sento di nuovo… Rimango concentrato in ascolto, tipo che sto pregando in cuore mio che sia proprio così, come il mio istinto ha captato, e il riff va e viene, sfuma, si rafforza e… battuta dopo battuta… cresce, cresce, cresce, sincronizzandosi sempre più con l’outro del pezzo sottostante… Quando i colpi della batteria elettronica diventano chiari e violenti come una frusta, non ho più dubbi. «Blue Monday» Le mie labbra partoriscono un sorriso timido, di una naturalezza che quasi mi spaventa, figlio di una prorompente congiunzione di amore, di uno scassinamento in atto al forziere delle mie passioni... «Cosa? Che hai detto?» domanda Elisa. «I New Order questi sono, una delle band preferite di Red…» dico, e non so se a me stesso, a Mattia o a Elisa, le labbra mi tremano… Sotto la consolle, in tanti hanno riconosciuto il pattern di beat, alzano le mani per aria, urlano estasiati come a un gol allo stadio… Una irrequietezza inizia esaltante a serpeggiarmi sotto pelle. «Dove sta Ivo?!» chiedo a Mattia, che inizia con lo girarsi attorno come me, manco cercassimo le vie di fuga nel mezzo di un terremoto. Elisa fa lo stesso. Ci alziamo sulle punte dei piedi per scovarlo, da qualche parte… non può essere lontano… lo so che si è scagliato nella mischia per tagliarla di netto, lo sento che perfora veloce insieme ad Ale barriere scoordinate di sconosciuti, che zigzagano per il vespaio umano mentre la travolgente melodia del sequencer si abbottona chirurgica sul riff della batteria e il pezzo diventa familiare a tutti per il suo sound caratteristico, anche a chi non lo conosce in fondo veramente… Esplode il fuoco da sotto la cenere, una gioia collettiva, e qualcuno impazzisce, strilla e si porta le mani ai capelli intrisi di sudore essiccato… Cerca di farsi largo tra la folla, Red, il mio cuore lo sente, si trascina di peso Ale dietro che gli stringe forte la mano per non perderlo, scava spiragli di spazi vuoti tra corpi impossessati da una forza vitale contagiosa, e un passo alla volta, un altro e un altro ancora… lo vedo, è lui… Ale alle sue spalle… entrambi frastagliati dietro fusti di braccia tese vittoriose in aria, e il momento dopo averli visti, ci hanno raggiunti, e Ivo ci salta con le braccia spianate addosso, ci travolge con un abbraccio alare, ride di gioia come se non ci vedesse da una vita e ci fossimo reincontrati qui, alla fine di una notte estiva, libera, eterna… e ridiamo e lo stringiamo forte-forte anche noi, e tutti e cinque in cerchio, con le braccia ognuno lungo le spalle dell’altro, cominciamo a saltare, slanciati al mondo intero, euforici, contenti di essere vivi, come se ’sto pezzo l’avessimo inciso col sangue, come se fosse nostro, solo nostro, e colori vivi e sprazzi luminosi mi circondano, nitidi come le immagini di una serie televisiva, e mi pare di vederlo… di toccarlo e di attraversarlo, versi di pace sciorinati al vento docile, il mare, quel paesaggio, il blu luccicante che oscilla tra rocce di odio e amore, scienza e fede… l’underground e il mainstream... Mi fluttua davanti agli occhi per un poco, poi scompare.
Alessandro Saviano
Tutte le serie-tv che porto nel cuore, mi hanno colpito non soltanto in termini di narrativa e recitazione. Una particolare curiosità in me ha sempre riguardato il “Reparto Costumi” di una produzione televisiva di un certo livello qualitativo. A pensarci, nessuna serie-tv presente nella lista delle mie preferite mostra un Reparto Costumi che non mi ha “letteralmente” ossessionato. The Bear si è conclusa con la sua quinta e ultima stagione qualche giorno fa, ed è, forse dopo Succession, il più recente fenomeno televisivo capace di aver creato sotto la guida della costumista Courtney Wheeler un vero e proprio fandom “patologico” riguardo l’abbigliamento e lo stile “workwear” e “streetwear” dei protagonisti.
A seguire, una carrellata dei capi più iconici sfoggiati nelle cinque stagioni dallo chef protagonista “Carmy Berzatto” interpretato da Jeremy Allen White...
La “T-Shirt” è un capo di abbigliamento essenziale, protagonista in particolare della stagione primaverile/estiva. Dietro una costruzione apparentemente semplice, si nasconde la scelta di “7 elementi” decisivi per la riuscita di un prodotto di qualità che abbini estetica e resistenza:
· cotone
· titolazione filato
· lavorazione filato
· struttura
· grammatura
· colletto
· paese produzione
Ecco “8 esempi” di t-shirt che consigliamo, con i sopra-citati elementi di ognuna elencati e spiegati:
ARMOR-LUX CALLAC
· 100% cotone organico
· 30/1
· due filati con torsioni diverse
· cuciture laterali
· 215 gsm
· colletto grande a costine con doppia cucitura
· made in France
cotone organico: tipologia di cotone coltivato nel rispetto dell’agricoltura biologica, senza l’uso di pesticidi o fertilizzanti
30/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso)
due filati con torsioni diverse: lavorazione che consiste nell’unione di due filati caratterizzati da direzioni di torsioni differenti (S e Z) per garantire al tessuto più struttura
cuciture laterali: lavorazione che conferisce il taglio voluto a una t-shirt, unendo, tramite cuciture, il pannello di tessuto anteriore a quello posteriore
215 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto grande a costine con doppia cucitura: colletto spesso lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo
made in France: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
JJJJOUND 2000s
· 100% cotone standard
· 20/1
· filato ad anelli pettinato
· cuciture laterali
· 200 gsm
· colletto grande a costine
· made in Canada
cotone standard: tipologia di cotone ottenuto con la coltivazione tradizionale
20/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso)
filato ad anelli pettinato: lavorazione realizzata tramite la “pettinatura” (selezione delle fibre più lunghe) insieme alla “filatura ad anello” (torsione delle fibre per garantire più resistenza)
cuciture laterali: lavorazione che conferisce il taglio voluto a una t-shirt, unendo, tramite cuciture, il pannello di tessuto anteriore a quello posteriore
200 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto grande a costine: colletto spesso lavorato a costine per garantire l’effetto elastico
made in Canada: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
MERZ B. SCHWANEN 215
· 100% cotone organico
· 50/2
· doppio ritorto
· tubolare
· 245 gsm
· colletto sottile a costine con doppia cucitura
· made in Germany
cotone organico: tipologia di cotone coltivato nel rispetto dell’agricoltura biologica, senza l’uso di pesticidi o fertilizzanti
50/2: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso)
doppio ritorto: lavorazione realizzata tramite due filati attorcigliati tra loro che conferisce al tessuto più morbidezza, evitando col tempo il “pilling” delle fibre
tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto
245 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto sottile a costine con doppia cucitura: colletto fine lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento
made in Germany: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
SAMURAI JEANS 2PST-01
· 100% cotone riciclato
· 19/1
· fiammato
· tubolare
· 153 gsm
· colletto a costine con doppia cucitura
· made in Japan
cotone riciclato: tipologia ecologica di cotone ottenuta dal recupero di vecchie fibre scartate nei precedenti processi di produzione
19/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso)
fiammato: filato di spessore irregolare dall’aspetto ruvido, dove sezioni di tessuto più sottili si alternano a tratti più spessi
tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto
153 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto a costine con doppia cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo
made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
SUNRAY HALEIWA
· 100% cotone riciclato
· 19/1
· fiammato
· tubolare
· 260 gsm
· colletto a costine con doppia cucitura
· made in Japan
cotone riciclato: tipologia ecologica di cotone ottenuta dal recupero di vecchie fibre scartate nei precedenti processi di produzione
19/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso)
fiammato: filato di spessore irregolare dall’aspetto ruvido, dove sezioni di tessuto più sottili si alternano a tratti più spessi tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una t-shirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto
260 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto a costine con doppia cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo
made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
SUNSPEL CLASSIC
· 100% cotone supima
· doppio ritorto
· cuciture laterali
· 150 gsm
· colletto sottile a costine con doppia cucitura
· made in England
cotone supima: tipologia di cotone di estrema qualità coltivato soltanto negli USA, caratterizzato da fibre di extra-lunghezza
doppio ritorto: lavorazione realizzata tramite due filati attorcigliati tra loro che conferisce al tessuto più morbidezza, evitando col tempo il “pilling” delle fibre
cuciture laterali: lavorazione che conferisce il taglio voluto a una t-shirt, unendo, tramite cuciture, il pannello di tessuto anteriore a quello posteriore
160 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto sottile a costine con doppia cucitura: colletto fine lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo
made in England: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
THE STRIKE GOLD SGT001
· 100% cotone standard
· 14/1
· fiammato
· tubolare
· 277 gsm
· colletto a costine con tripla cucitura
· made in Japan
cotone standard: tipologia di cotone ottenuto con la coltivazione tradizionale
14/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso)
fiammato: filato di spessore irregolare dall’aspetto ruvido, dove sezioni di tessuto più sottili si alternano a tratti più spessi
tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto
277 gsm: acronimo inglese di “grams square meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto a costine con tripla cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico e rinforzato da una tripla cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo
made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
WHITESVILLE WV73544
· 100% cotone standard
· 20/1
· pettinato a fibra lunga
· tubolare
· 198 gsm
· colletto a costine a doppio legante con doppia cucitura
· made in Japan
cotone standard: tipologia di cotone ottenuto con la coltivazione tradizionale
20/1: numerazione che indica, da un lato il titolo del filato (più alto è il numero più il filato è sottile), dall’altro la quantità di capi ritorti nel filato (un filato singolo risulterà più liscio mentre uno ritorto più coeso)
pettinato a fibra lunga: lavorazione realizzata tramite una “pettinatura” che scarta le fibre corte, allineando solo quelle lunghe per un tessuto più morbido
tubolare: lavorazione che consiste nella realizzazione di una tshirt di struttura cilindrica, senza nessuna cucitura laterale, per evitare al tessuto lo stress delle giunture, rendendolo più compatto
198 gsm: acronimo inglese di “grams-square-meter” (grammi per metro quadro) e indica, preceduto da una cifra, il peso esatto di un capo
colletto a costine a doppio legante con doppia cucitura: colletto lavorato a costine per garantire l’effetto elastico, con bordo di fascia ripiegato e rinforzato da una doppia cucitura per contrastare lo slabbramento nel tempo
made in Japan: dicitura che attesta dov’è stato prodotto il capo
Alessandro Saviano
La prima volta che ho adocchiato un giaccone Barbour è stata fuori un bar di Piazzale Tecchio. Avevo quindici o sedici anni, era pomeriggio, e allo Stadio San Paolo la sera giocava il Napoli. La testa rasata che lo portava faceva parte del “mondo dei grandi” per i miei occhi adolescenti, dava banco con i suoi compari, agitava le mani col quadrante digitale dello G-Shock che luccicava come una barriera predisposta contro la luce tiepida del sole. I raggi dal cielo riflettevano su quel giaccone, il verde oliva del tessuto sferzava sopra il celeste polvere dei 501 come la contenuta vista di un albero al contrario... Il colletto di velluto a coste, le maniche corte sui polsi, un tessuto assetato solcato da sgualciture troppo evidenti, come se una mano armata di un gessetto di un verde leggermente più chiaro si fosse sbizzarrita parecchio a scarabocchiarci sopra. Tutto di quella giacca lasciava presagire a qualcosa di andato, di vecchio. Ciò che più ricordo, però, di quel momento, non è una visiva e modaiola repulsione giovanile verso qualcosa di superato, ma una particolare sensazione, il fascino autoritario che quella giacca mi comunicava. Una idea di vissuto, di cicatrici... non qualcosa di bello nel senso letterale, ma di assolutamente inconfondibile.
Ci vollero altri “avvistamenti” per trasformare la fascinazione di un adolescente verso un oggetto, nel desiderio di averlo a ogni costo, e lo Stadio col suo immenso cortile contro-culturale, a quei tempi (2008/2009), era l’unico luogo satellitare dove avvistare un giaccone Barbour rigorosamente verde. Tanti di quelli che si adocchiavano erano stati presi a Ercolano, al Mercato di Resina. Mio fratello stesso ne aveva portato a casa uno comprato proprio a via Pugliano. Ricordo che nostro padre vide l’acquisto fatto e sgranò gli occhi. Non ci poteva credere, ci rimarcò l’aspetto peculiare del brand inglese, che noi ovviamente già conoscevamo, cioè l’odore caratteristico emanato dal tessuto cerato, impregnato di grasso di foca, e avvertì mio fratello che prima o poi per il fetore sicuro l’avrebbe regalato a qualcuno. Rideva immaginando quante notti nostra madre di olfatto "sensibile" l’avrebbe lasciato fuori al balcone nella speranza di svilire quel tanfo. Non si capacitava di quell’acquisto, vedeva un Barbour come qualcosa di passato... Sapeva forse meglio di noi di cosa si trattava. Tra gli anni ’80 e ’90, Barbour era tra i marchi più in voga in Italia. “BARBARO nella Galleria Umberto...” ci diceva, “ne ha venduti a migliaia quando voi forse manco eravate nati.”
Una quindicina di anni fa, invece, che io ricordi era OLD ENGLAND a via Toledo a essere uno dei pochi rivenditori del marchio in città. Ma un Barbour nuovo costava intorno ai 300 euro in quel periodo, troppo per uno studente adolescente. Tramite passaparola, io e mio fratello venimmo però a sapere che GENIUS a Piazza Dante vendeva Barbour nuovi a ottimi prezzi, e che valeva la pena perlomeno andare a dare un’occhiata. Essendo nuovi e freschi di tessitura, forse l’odore di animale marino non sarebbe stato manco così marcato...
La dritta si rivelò giusta. Comprai, dividendo la cifra insieme a mio fratello, il mio primo Barbour al prezzo di 170 euro. Un Bedale “olive” di misura 34 inglese, una “XS” nella conversione di taglie internazionale. Ricordo ancora la prima volta che indossai quella giacca per andare a scuola, un giorno dei tanti, rannicchiato per il freddo gelido mattutino dietro il dorso atletico del mio socio Alessandro, entrambi lanciati sul suo Liberty nero... le mie mani piantate a imitare involontariamente un gallo nelle classiche tasche schiuse come branchie alle costole del Bedale. Ricordo l’orgoglio di avere quel capo addosso...
Ricordo anche che a scuola, ero l’unico ad averlo. Quella giacca non destava nessuna curiosità nella massa modaiola giovanile di quei tempi, se non per i “giovani vecchi” frequentatori abituali delle Curve.
Oggi, più di 15 anni dopo, molte cose sono cambiate a proposito del marchio inglese. Per la ceratura dei capi non viene più spalmato sul tessuto il grasso di foca, ma una cera brevettata proprio da Barbour completamente inodore. I tre modelli di punta (Beaufort, Ashby e Bedale) costano dai 400 ai 460 euro, e vederne uno in giro così come alla tv (che siano serie televisive o servizi del TG), è facile come notare un mozzicone di sigaretta riverso in strada.
La trasversalità di Barbour oggi è forse un unicum nell’industria dell’abbigliamento. Non mi vengono in mente altri giacconi di un qualsiasi brand di così ampio raggio. Modelli di giacche tra l’altro molto simili nel design e nella struttura, che volendo porle all’attenzione di occhi poco attenti, risulterebbero indistinguibili l’una dall’altra, e che cadono “giuste” su tutto: abiti sartoriali, blue jeans primaverili, ampi joggers goblin-mode by pandemia, pregiati cardigan cuciti a mano, felpe sportive con cappuccio, camicie artigianali... amate da ultras oltranzisti, medici affermati o in carriera, divi del cinema hollywoodiano, politici moderati che vogliono darsi un tono, estremisti di sinistra, estremisti di destra, paladini del fashion-heritage, aspiranti scrittori di bohemiana nostalgia, nonni appassionati di caccia e pesca, dee-jay di musica elettronica, hipster moderni, chiattìlli sempre fedeli allo skinny-mantra, cavallari divisi tra campagna e città, manìaci del vintage, modaioli adolescenti alla ricerca di uno stile personale ancora da decifrare...
Ai giorni nostri, questo è l’aspetto più esplosivo del brand. Barbour veste tutti senza che nessuno dei modelli urbani sopracitati si senta possessivamente offeso dall’altro, senza che nessuno disconosca il brand preda della moda del momento, un tempo sentìto proprio e ora sputtanato da persone “stilisticamente” lontane.
Barbour è di tutti, e piace a tutti perché non ha mai voluto piacere a nessuno. Fedele alle sue origini, al suo DNA “british” inabissato tra fango terroso e distese di campagne verdastre. Sempre sé stesso. Barbour è un totem stilistico che ha, tra discese pendenti e spavalde risalite, attraversato ere modaiole schizofreniche, uscendone più che vivo, guadagnando status e potenza come il vecchio spirito di un capo-tribù indigeno rispettato e osannato persino dai più iconoclasti e giovani guerrieri. La cera, l’unguento del rito pagano adoratore.
Si deve forse alla pratica della ceratura il continuo ritorno del marchio inglese sino alla totale affermazione dei giorni nostri. Tanti capi di abbigliamento perdono quel fascino iniziale, diventano col tempo semplici articoli riposti nell’armadio. Dati per scontati. Con le “Waxed Jackets” di Barbour questo non accade perché il tessuto assume le sembianze di un organismo vivente... Attraversa circa tre fasi: rigidità, morbidezza e aridità.
Nella prima fase il giaccone può essere un compagno di guerra idoneo a spedizioni di ricognizione in giungle selvagge, con la ceratura fresca che corazza il tessuto proteggendolo da sfregi, urti e acqua.
La seconda fase, per i puristi del brand, è forse la più bella... la robotica pesantezza del tessuto si ammorbidisce, la patina unta sparisce al tatto e all’occhio e il giaccone diventa più affabile, leggero, mostrando il suo vero carattere attraverso lo sbiadimento del colore che diventa leggermente iridescente alla luce, con la tonalità scura iniziale che sfocia in una variante pastello senza perdere del tutto le proprietà difensive della cera.
Alla terza fase non bisognerebbe mai arrivare, un colore tendente troppo al chiaro così come rughe di usura marcate sono segni di secchezza da disidratazione, campanelli di allarme che possono evolvere in lacerazioni del tessuto.
Queste fasi che attraversano i tessuti “wax” costringono quindi a prendersi cura di una giacca in modo particolare, perché potrebbe sempre, anche dopo anni e anni di utilizzo, esserci ancora vita. La ceratura riporta tutto alla fase iniziale, donando nuova linfa, per un ciclo di corso che può durare 6/7/8 e più anni, col giusto trattamento.
Proprio qualche settimana fa, ho spedito il mio terzo Barbour (un Beaufort “sage” di due anni) al noto laboratorio di restauro a Bologna, per una ceratura professionale. A lavoro fatto, però, la temperatura dell’aria in giro è aumentata improvvisamente, come se un’entità superiore si divertisse a giocare col clima tramite tasti di un telecomando, rendendo impossibile lo sfoggio di una giacca idonea per le giornate più fredde delle mezze-stagioni. Ma leggi che regolino la sanità del tempo non esistono ancora, e qualche giorno fa, un bel vento autunnale frustava per le strade come manate di un gigante arrabbiato... Indosso il Beaufort fresco di ceratura contento come se avessi ricevuto una notizia di quelle davvero belle. Scrollo il petto in modo che il giaccone aderisca bene sulle spalle per poi allacciare al collo lungo tutto il torso la cerniera dorata. Inserisco le mani nelle tasche a branchie alle costole, le dita unte dalla cera. Una veloce guardata allo specchio. Sorrido. Come se fosse la prima volta, sempre.
Vedersi bene al mattino è il primo passo per iniziare come si deve la giornata, e basterebbe quella energizzante sensazione di vanità, propagata ripetutamente in giornata non appena la spontanea occasione di vedersi riflessi spunti ovunque possa, per decifrare la passione per l’abbigliamento e un brand in particolare. Ma è successo qualcosa, stesso quella mattina, poco dopo, che ha innalzato ancora di più alle mie antenne l’idea e il valore dell’abbigliamento, contrastando per l’ennesima volta la retrocessione di quella passione a semplice debolezza o atto di vanità da molti promossa...
Mio fratello è arrivato in Store col suo Beaufort salvia, lo stesso che avevo io ancora serrato addosso mentre azionavo l’album Demon Days dei Gorillaz su Spotify come sottofondo alla mattinata lavorativa, pure se sembravano diversi per l’effetto della ceratura che rendeva il mio, a confronto, molto più scuro. Niente di strano, io e mio fratello spesso ci siamo ritrovati negli ultimi anni con un Beaufort identico addosso. Dopo poco, è arrivato però mio padre insieme a mia sorella, per un caffè veloce da prendere prima di andare non ricordo dove. Scendono dall’auto parcheggiata, chiedono se vogliamo qualcosa per la colazione al bar vicino. Lui, stretto in un Ashby “bark” espressamente richiesto come regalo per il suo compleanno. Lei, avvolta nel mio primo Barbour acquistato più di quindici anni fa, quel Bedale oliva XS scomparso dal mio armadio per approdare pianta-stabile nel suo. Alla domanda sulla colazione non rispondo. È appena partita Kids with Guns dei Gorillaz, i colpi della bass-line spianano l’associazione ai miei pensieri sparsi... Una cosa mai successa prima, in famiglia, tra noi. Esponenti di tre generazioni diverse, con indosso giacche dello stesso marchio, e non per casualità, ma per volontà di ognuno. Come fosse la “nostra” secolare azienda di famiglia... da promuovere, ostentare in giro per strada...
Ho immaginato Barbour come una fune tesa nel tempo e nello spazio dei fenomeni di costume, capace di unire attraverso l’uso che si fa dell’abbigliamento, come forse nessun altro marchio al mondo, generazioni lontane tra loro. Ho pensato che Barbour è famiglia. Un ricordo, un legame. Un incontro tra papà e figlio, tra fratelli che si fanno grandi, senza saperlo. Insieme.
Qualcosa di bello condiviso, veramente.
Alessandro Saviano
Quando una città e un marchio che hanno fatto dell’Identità l’altare attorno cui costruire la propria personalità si uniscono, il parto dovrebbe sbocciare un rigoglioso monumento artistico all’Appartenenza viscerale, al morboso legame venuto a crearsi tra i càntori di quella metropoli e un badge abbottonato alla manica del braccio sinistro.
Stone Island mette radici a Napoli, inaugurando un flagship-store a via Filangieri, nel quartiere Chiaia. Ma gli spot promozionali a supporto dell’evento sono stati tutto tranne quel potenziale monolite identitario. Il focus era chiaro, raccontare il marchio attraverso la città, gli esponenti di spicco della sua fedele community...
Tralasciando l’ormai stucchevole, abusata estetica immortalata in video e foto ritraente cibo a basso prezzo e l’immancabile miseria dei vicoli di Napoli accortamente patinata effetto retrò in modo da risultare “cool” come la narrazione “pop” odierna esige (timbrata di quel folklore turistico fasullo da vacanziere dozzinale… sì, bella da visitare, fare festa, boh, non so da viverci), ciò che stona più di ogni altro elemento è la totale mancanza di vòcalist di spicco del sottobosco underground metropolitano, quei “personaggi” accreditati e riconosciuti degni di uno scettro-megafono dalla setta Stone Island partenopea.
Dov’è la strada, il fango? Dove, le “sotto” e “contro” culture che hanno formato tanto il marchio Stone Island quanto i propri adepti ribelli? Non c’è traccia di un punto di riferimento attuale o passato delle Curve partenopee, cosa molto poco credibile in relazione a una narrazione veritiera, considerando anche l’estremo legame che la città vive con il Calcio. Neanche un rapper emergente con l’ossessione della Ricchezza come traguardo e riscatto sociale per lui e il suo intero quartiere. Nessun ex-Paninaro vomerese dei tempi di Piazza Fuga.
Di cicatrici urbane artigliate su vecchi giacconi di Raso Gommato, neanche l’ombra.
Tutto ha un sapore posticcio, mancante di Essenza, poco autentico. La narrazione a sostegno dell’evento è totalmente schiava delle dinamiche social, senza un’anima corposa che tracci le linee giuste, corrotta più dal calibro-marketing dell’operazione che dalla voglia di raccontare qualcosa di davvero passionale sul rapporto tra Napoli e Stone Island. Il cortometraggio annunciato feat. Mercato di Resina è l’unico aspetto intrigante, si potrebbe trovare un fondo storico di autenticità bella ed emozionante, se la potenza evocativa e affettiva della parola “Resina” facente breccia negli animi partenopei non si trasformasse in pochi secondi di trailer da sotto-testo a trama principale della narrazione, soverchiando quel poco che basta l’immagine del brand. E anche in questo caso, l’intento è chiaro, arriva dritto sgamato agli occhi di veri addict con acuta sensibilità in materia come un maelstrom di borghese arrivismo: mostrare l’aura di uno storico mercato di abiti di seconda mano, una “istituzione fashion-popolare” per gli abitanti di Napoli e provincia, cavalcando la “vintage-wave” che smuove cuori tanto in auge nell’era odierna. Compare anche Roberto Saviano (Roberto Saviano?!) intento a narrare aneddoti sulla storia del Mercato di Resina, sperando si soffermi a quello e non voglia enunciarci la “vera” storia del marchio Stone Island (sia mai abbia un losco passato da paninaro vomerese patito perso ai tempi di motori Zundapp e synth-pop ibizenco by Sandy Marton), e in sottofondo alle sue parole salgono lente le note di quale artista musicale napoletano, se non lui…
Geolier? Magari… un giovane rapper di strada formatosi nella contro-cultura hip-hop napoletana ora sulla cresta del successo nazionalpopolare avrebbe sicuro qualcosa di “sentìto” da dire riguardo Stone Island e la black-culture.
No, la voce che sale alle orecchie sulla melodia di note dolci è di Liberato, cantautore simbolo del "neapolitan-catchy" che ha costruito parte del suo successo sull’anonimato, per forza di cose impossibilitato ad aprirsi e raccontare qualcosa di suo.
Roberto Saviano e Liberato, pesi massimi della cultura “pop” napoletana chiamati a tessere, ognuno a modo proprio, le lodi di Stone Island e il Mercato di Resina, senza però capire bene quali siano i loro excursus in merito, la storia che lega entrambi al marchio fondato nel 1982 da Massimo Osti.
Tutto questo arriva come qualcosa di maestoso soprattutto agli occhi di gente comune conscia soltanto per sentito dire del valore (più che altro monetario) del brand Stone Island e di poser senza nerbo sguarniti di spirito critico pronti a sgranare gli occhi e commentare con fuocherelli social eccitati pur di sentirsi parte attiva di qualcosa che non gli appartiene. Diverso sarebbe stato comunicare, attraverso interviste “mirate” a veri partigiani della rosa dei venti, all’intera community partenopea di Stone Island, irrobustendola di orgoglio con racconti eversivi dove rispecchiarsi, accrescendo il sentimento di comunità e condivisione, del sentirsi parte di qualcosa più grande di quanto si possa immaginare, qualcosa che si fatica delle volte a credere abbia effettivamente a che fare con l’abbigliamento, il semplice atto di vestirsi. Qualcosa da tramandare a nuovi giovani desiderosi di approcciarsi a un brand tanto rinomato, con la speranza di ampliare quella famiglia… sì, di estranei… ma di gente come noi.
Questo progetto è confezionato con carta mainstream di prima qualità, forse coerente con l’acquisizione del marchio da parte del gruppo Moncler che da qualche anno ha incrementato la produzione per arrivare alla massa e che mira, palese, a una collocazione del brand nel target “luxury” del settore moda, con il rischio intrinseco di portarlo a quel gradino dove le cose divengono belle solo perché costano tanto e le comprano i ricchi.
La promozione a fondamento dell’apertura del flagship-store lascia presagire a un compito studiato da un marketing-team con un buon capitale da snocciolare, chiari esponenti della cultura imperante, che sanno il fatto loro in termini di algoritmi di sistema, ma privi del giusto "know-how" per trarne ciò che conta, ovvero il plauso della community radicale. Damerini che una quindicina di anni fa magari avrebbero storto il naso altezzosi alla vista di un passante immerso in una tela da paracadute color salvia stropicciata e con una bussola giallo-verde ricamata su toppa nera in alto al braccio sinistro, bollando la giacca in questione come qualcosa “da stadio” e quindi di cattivo gusto. Chi lo sa… persone che nulla forse hanno di “vissuto” in quella storia subculturale quarantennale che ha unito e unisce Stone Island e mi&